Rugolo, la Cassazione spiega perché la condanna è definitiva: “Racconto coerente, prove solide”
√i√i - 19/06/2026
La Corte Suprema di Cassazione ha depositato le motivazioni con cui ha chiuso definitivamente il caso Rugolo, il sacerdote ennese condannato a tre anni per abusi sessuali su minori. Sia il ricorso dell’imputato che quello del Procuratore Generale di Caltanissetta sono stati dichiarati inammissibili. Nelle motivazioni emergono le ragioni per cui nessuno dei due ha avuto successo.
Il racconto di Messina ha retto a tutto
Il punto centrale riguarda l’attendibilità di Antonio Messina, difeso dall’avvocato Eleanna Parasiliti Molica, che ha raccontato pubblicamente la propria vicenda in più occasioni. La Cassazione ha confermato che il suo racconto è rimasto coerente per tutta la durata del processo e ha trovato riscontro in elementi esterni, tra cui messaggi scambiati tra Rugolo e un altro sacerdote, giudicati dai giudici di merito particolarmente rivelatori dell’interesse dell’imputato verso la vittima. L’argomento della difesa, secondo cui Messina sarebbe stato mosso da interessi economici nel denunciare, stato esplicitamente smontato dai giudici di merito e la Cassazione ha confermato quella valutazione. Va ricordato che gli abusi su Messina si sono protratti per anni, quando la vittima era minorenne, e che la condanna definitiva riguarda anche altre persone offese.
Le eccezioni procedurali respinte una a una
La difesa aveva costruito il ricorso su sette motivi, puntando soprattutto su questioni tecniche. Tutti respinti. Le registrazioni audio effettuate dal padre di Messina, che agiva come privato cittadino, non nell’esercizio di alcuna funzione ufficiale, sono state giudicate prove documentali pienamente legittime. E comunque, ha precisato la Corte, non erano state determinanti ai fini della condanna. Anche la contestazione sulla notifica degli atti processuali è caduta: Rugolo era presente in aula durante tutto il dibattimento e non poteva sostenere di non essere stato informato.
Il ricorso della Procura
Il Procuratore Generale puntava a ottenere una pena più severa, contestando il riconoscimento dell’attenuante della minore gravità, che aveva ridotto la condanna da quattro anni e sei mesi a tre anni. Tale riduzione era stata applicata dalla Corte d’Appello specificamente per due capi di imputazione, sulla base di una valutazione complessiva delle singole condotte.
La Cassazione ha però stabilito che quella valutazione era logicamente motivata. Per quanto riguarda Messina, i giudici di appello avevano considerato separatamente l’ultimo episodio contestato , avvenuto quando la vittima era già maggiorenne, a distanza di tempo dagli abusi precedenti subiti da minorenne, e avevano rilevato che in quell’occasione non ci fu alcun contatto fisico e che la vittima bloccò tutto con una semplice opposizione verbale. È su questo specifico episodio, e non sull’intera vicenda, che l’attenuante è stata applicata. Una valutazione di merito, ha chiarito la Suprema Corte, che non può essere ribaltata in sede di legittimità se non presenta contraddizioni evidenti. E qui non ne sono state trovate.
La condanna a tre anni è dunque irrevocabile. Rugolo è stato inoltre condannato a pagare tremila euro alla Cassa delle Ammende e a rifondere le spese legali delle parti civili, tra cui l’Associazione Rete l’Abuso, che riceverà 2.875 euro.